Categories: Varie
Date: Feb 6, 2007
Title: Le Nuove BR - da "Il Mattino di Padova"
C’è un interrogativo che attraversa la mente, che sollecita riflessioni, che inquieta: perché Padova? Perché sempre a Padova, come un fiume carsico; un qualcosa che scompare per anni e tu ti illudi che lo sia, scomparso, per sempre. E invece ricompare, riemerge, in una sorta di eterno ritorno. Una maledizione tutta padovana. La nostra città ancora al centro di trame eversive, di delirio, che è difficile definire “politico”.
Il Partito Comunista combattente, filiazione delle BR, è ritornato ad essere una presenza reale; come un’ameba, si è incuneato nel sindacato, se ne alimenta, lo usa come copertura. Operai e sindacalisti, all’apparenza “normali”, ordinari; vocati però ad una mistica rivoluzionaria, pronti ad uccidere per il “fine ultimo”. Agenti segreti della rivoluzione, cellule dormienti; pronti al martirio, il loro, e pronti a martirizzare. Nel nome della Rivoluzione, della palingenesi sociale. Con il fuoco nella mente; pronti a dare la morte in quanto rituale simbolico, come se a morire non fossero persone in carne ed ossa ma simboli, simulacri della società capitalistica. Il Gius-lavorista Ichino, o all’occorrenza altre figure del presunto ordine capitalistico, i baluardi del controllo sociale: giudici, magistrati, poliziotti e, non scordiamocelo, sindacalisti. Una storia certo nazionale, ma con snodi sempre padovani; con una pur sempre anomala declinazione locale. Una mistica “rivoluzionaria” ha covato per anni nei meandri della società padovana. Grande fu lo sforzo del vecchio PCI nel convincere i militanti più recalcitranti a non pensare più all’ora x, all’uso delle armi. Ma il PCI in Veneto e a Padova era debole, marginale e questo isolamento generava comportamenti a forte contenuto ideologico: non è un caso che dopo il ’56, dopo il Rapporto segreto di Kruscev, dopo i fatti di Ungheria, proprio a Padova nascesse, dentro il PCI, una frangia maoista: il Gruppo di Viva il Leninismo. Siamo nel 1962, al mito della Rivoluzione sovietica si sostituisce quello della Rivoluzione Cinese. Pochi anni dopo Padova vedrà svilupparsi la Rosa dei Venti di Freda e Ventura: altri miti palingenetici e, non casuale, con convergenze culturali con il gruppo dei maoisti padovani: collante il terzomondismo, la lotta all’universo borghese. Poi Potere Operaio; il primo omicidio delle BR nel 1974, e poi il laboratorio del Dipartimento di Scienze Politiche di Negri e compagni. La violenza diffusa, la notte dei grandi fuochi, le minacce, i pestaggi, le gambizzazioni, il tutto condito da un totale delirio politico ed esistenziale. Questo virus mai compiutamente debellato della “lotta sociale e politica” che deborda nella violenza politica e nella sua più o meno strisciante legittimazione. Questa tenace persistenza di culture politiche, di comportamenti dove la violenza, in quanto mezzo per un fine ultimo, comunque “buono”, la rivoluzione appunto, trovava una sua forma di cittadinanza politica va spiegata. Voglio essere chiaro. Nei movimenti collettivi e in pezzi di sindacato il ricorso alla violenza simbolica, alla cosiddetta violenza verbale ed espressiva è stato considerato troppo a lungo un fatto accettabile, una forma con cui si manifesta il conflitto sociale. Il problema è che in Italia, che nella nostra Città, il conflitto sociale sposandosi con linguaggi “rivoluzionari” ha spesso alimentato miti da cui sono discesi comportamenti “eversivi”, preludio alla “lotta armata”. Bisogna interrompere del tutto tali legami; l’esistenza di zone grigie, di terreni di nessuno, dove il detto ed il non detto legittimano forme di azione che si alimentano nei vecchi miti non è più accettabile. Pensando alle grandi battaglie democratiche di Lama, al prezzo pagato da molti sindacalisti, anche con la vita, come Guido Rossa, non può non colpire l’opera di infiltrazione dentro alla CGIL padovana. Quadri e militanti del sindacato e nello stesso tempo “rivoluzionari” di professione, soldati di una guerra sotterranea, brutale quanto insensata ed senza sbocco. Il sindacato dovrà affrontare questi nodi: la sua grande tradizione glielo impone e gli offre strumenti per farlo a testa alta. Ma confronto ci sia e sia franco e leale.
Andrea Colasio
Deputato Ulivo